Giovedì 4 dicembre a Sedilo presso il Centro di Educazione e Documentazione Ambientale di Alessandra Manca in via Carlo Alberto 33

ore 18:30

Incontro e dibattito con Serge Latouche

sul tema

Territorio, Paesaggio e Decrescita al tempo della crisi

Serge Latouche a Sedilo

 

 

 

 

 

 

 

L’intervento di Serge Latouche sarà preceduto da un World Cafe su invito. Prima dell’intervento di Latouche verrà esposta la relazione sugli esiti del world cafè che verterà su Territorio, Sovranità Alimentare ed Economie Diverse

 

World Café

Il world cafè è una metodologia che si ispira ai vecchi caffè creando un ambiente di lavoro che invita i partecipanti ad una discussione libera ed appassionata. La sua particolarità è quella di stimolare discussioni autogestite dai partecipanti all’interno di un quadro comune e sotto la guida di alcune domande di riferimento. L’idea alla base del World Cafè è tanto semplice quanto rivoluzionaria: lavorare per creare conversazioni importanti, ideando in modo creativo e non convenzionale, ragionando insieme su progetti complessi, ma in modo concreto, divertente e produttivo. Fare un World Cafè nei fatti significa organizzare consapevolmente delle conversazioni importanti.

Serge Latouche

Serge Latouche (Vannes, 12 gennaio 1940) è un economista, sociologo e filosofo francese fautore della “decrescita economica” (decroissance) e critico della occidentalizzazione del mondo. Ponendosi sulla strada tracciata da Karl Polanyi e Ivan Illich, Latouche individua nello sviluppo e nella cieca progressione economica le cause dei mali del mondo moderno. Lo sviluppo sarebbe responsabile della distruzione delle culture tradizionali, della devastazione dell’ambiente, dello spreco dissennato delle risorse naturali, delle enormi disuguaglianze sociali e di reddito, sia tra individui, che tra primo e terzo mondo. La crescita economica è causa del consumismo, del vuoto di senso e della frustrazione diffusa nella popolazione; una frustrazione divenuta ormai patologica e che ammorba le società opulente. La società dei consumi vede la sua essenza nella assenza del limite, nella crescita infinita che si scontra invece con la finitezza del nostro ambiente, delle nostre risorse, – con la finitezza del pianeta.

Dice Latouche: “Per scongiurare l’implosione del sistema è indispensabile un’autolimitazione dei modi di produzione e di consumo dominanti”; dobbiamo recuperare il senso del limite, la ricerca della giusta misura che contraddistingueva le società premoderne. Il pensatore francese produce quindi una critica radicale della modernità e del “mito sviluppista” che attanaglia l’occidente. Propone la riduzione dei consumi, il rallentamento delle produzioni, un ritorno ragionato e graduale alla autoproduzione e all’autoconsumo, al locale, alla natura e ad un “uso ragionevole di essa” e delle sue risorse, come rimedi alla “malattia dello sviluppo”. Si deve “decolonizzare l’immaginario”, sia dei singoli individui che della società, e ritornare a interpretare il mondo nel suo complesso, e non nei soli termini economici e utilitaristi come la visione unica tecno-scientifica oggi vorrebbe. Latouche critica la ragione calcolatrice, cioè la facoltà di pensiero come mero strumento tecnico-economico. E’ perciò nemico del razionalismo che identifica “la ragione” con “la razionalità strumentale” e che pretende di interpretare l’intera realtà nei termini dell’utile e dell’efficiente. Propone un ritorno al “ragionevole”, cioè ad un pensiero che si rifaccia alle forme tradizionali e discorsive: è necessario riappropriarsi di una ragione deliberativa che consideri gli oggetti non economicamente quantificabili, in particolare i valori etici. Latouche muove per questo un attacco ad autori come Rawls, Weber, Bentham, responsabili di aver espulso l’etica dal dominio della ragione e di voler quantificare l’intero esistente per mezzo di numeri e calcolo. Lo sviluppo e la crescita economica non sarebbero quindi solo responsabili del collasso ecologico, ma anche le cause del “vuoto di senso” e della insofferenza della società moderna occidentale. Come diversi altri autori del ventesimo secolo, Latouche sottolinea come l’economia e la tecnica abbiano perso la loro funzione di mezzo. L’economia e la tecnica non sono più strumenti per la realizzazione dei fini dell’uomo, – sono diventate esse stesse fini. Questa storica inversione di mezzo e fine sarebbe responsabile della scomparsa del senso e della mancanza di valori della modernità. Ma allo stesso tempo l’inversione di mezzo e fine ha permesso il massimo potenziamento della economia e della tecnica, che nella loro realizzazione sociale coprono ormai l’intero esistente. L’economia ormai è una religione e tutto viene interpretato in funzione di essa, con il risultato che “le società e gli individui sono prigioniere del mercato”. Scrive Latouche nel Manifesto del doposviluppo: “Di fronte alla globalizzazione, che non è altro che il trionfo planetario del mercato, bisogna concepire e volere una società nella quale i valori economici non siano più centrali (o unici). L’economia dev’essere rimessa al suo posto come semplice mezzo della vita umana e non come fine ultimo. Bisogna rinunciare a questa folle corsa verso un consumo sempre maggiore. Ciò non è solo necessario per evitare la distruzione definitiva delle condizioni di vita sulla Terra ma anche e soprattutto per fare uscire l’umanità dalla miseria psichica e morale”. Per uscire dalla crisi, si deve quindi “cambiare paradigma”, finirla con il mito della crescita economica e cominciare una graduale, volontaria e selettiva riduzione di tutte le attività economiche, attraverso un abbattimento generale dei consumi, della produzione e dell’uso delle risorse naturali. La prospettiva della decrescita è ormai forzata, non si hanno altre possibilità per l’uomo: o si decresce o si va dritti verso una catastrofe planetaria.

L’OCCIDENTALIZZAZIONE DEL MONDO

In questo saggio del 1989 Serge Latouche ripercorre la storia della globalizzazione del mondo e della distruzione delle culture locali e particolari a favore di una unica cultura fondata sui valori occidentali del progresso, dello sviluppo, dell’economicismo, dell’industrialismo, del capitalismo e del dominio della natura per mezzo della tecno-scienza. La globalizzazione è vista come il processo di riduzione ad Uno dell’intero universo. Nel tracciare le sorti di questa enorme “uniformazione” del mondo al modello occidentale, Latouche riesamina la storia del colonialismo, dell’imperialismo e della decolonizzazione, come fenomeni che hanno annichilito antiche culture, cancellato intere tradizioni e mutato radicalmente vaste aree del mondo. L’Occidente non è più solo una zona geografica, ma una grande ideologia, un enorme sistema di valori che vuole imporre se stesso all’intero esistente per mezzo della retorica dei diritti umani e dell’industrialismo: “il rullo compressore occidentale che schiaccia le culture, elimina le differenze e omologa il mondo in norme della Ragione”. La pubblicità è un potente martello che colonizza l’immaginario del terzo mondo attraverso le forme, i valori e gli schemi occidentali. I mezzi di comunicazione di massa e la pubblicità sono responsabili di questa colonizzazione dolce, senza armi e senza eserciti, con cui l’occidente ha imposto la propria cultura all’intero mondo sottosviluppato. Scrive in merito Latouche: “ Sugli altopiani della Nuova Guinea si può sentire uscire da un transistor l’ultimo successo di New York, nel pieno della giungla del Sudest asiatico si può vedere un contadino che beve una Coca-Cola…”. L’Occidente sarebbe quindi il responsabile dello stato di degrado in cui versa il cosiddetto “terzo mondo”. L’autore ricorda come l’Africa e i paesi del terzo mondo fossero autosufficienti dal punto di vista alimentare e che l’odierna crisi è il frutto della rottura, della compromissione, dei meccanismi e delle forme di autoproduzione e autoconsumo che per millenni avevano retto l’economia di sussistenza africana. Questo stato di degrado sarebbe poi aggravato dallo sviluppo, cioè dalle politiche di crescita tecnica ed economica, imposte dal mondo ricco al mondo povero nell’ipocrita intenzione di risollevarne le sorti. Le “buone intenzioni” occidentali non possono risolvere il problema dell’Africa, ne sono la causa.

BREVE TRATTATO SULLA DECRESCITA SERENA

In questo saggio Latouche vuole indicare una via concreta, “una prassi” per l’attuazione di una decrescita economica. Scritto anche al fine di rispondere alle critiche di chi indicava la decrescita come un concetto astratto e fumoso circolante in contesti intellettuali di nicchia, nel “Breve trattato per la decrescita serena” si traccia un possibile piano di attuazione politica e di realizzazione sociale della necessaria decrescita economica. L’autore sintetizza gli sforzi necessari per trasformare la nostra società sviluppista, ormai in fase di disfacimento sotto il peso del proprio fallimento, in una società della decrescita serena, articolandoli “in otto cambiamenti indispensabili delineati dalle otto R: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare”. Rivalutare significa colmare il vuoto di valori oggi dominante: “amore della verità, senso della giustizia, responsabilità, rispetto della democrazia, elogio della differenza, dovere di solidarietà, uso dell’intelligenza” sono, oggi, indispensabili per creare un differente immaginario collettivo. Si dovrà Riconcettualizzare e Ristrutturare tanto gli apparati produttivi quanto i rapporti sociali. E’ fondamentale Ridistribuire le ricchezze e l’accesso alle risorse, sia fra il Nord e il Sud del mondo sia all’interno di ciascuna società, creando i presupposti di una società più equa, meno asimmetrica. Rilocalizzare indica il “produrre in massima parte a livello locale i prodotti necessari a soddisfare i bisogni della popolazione”: attraverso l’autosufficienza alimentare si devono creare le basi di una autarchia locale. La sostituzione del globale con il locale è centrale in qualsiasi processo di decrescita. Latouche afferma con decisione che: “…i movimenti di merci e capitali devono essere limitati all’indispensabile”. Ma questo processo di rilocalizzazione non deve essere solo economico, “anche la politica, la cultura, il senso della vita devono trovare un ancoraggio territoriale”. Ridurre gli impatti sulla biosfera dei nostri modi di produrre e di consumare, minor produzione di beni, minor consumo delle risorse, minor circolazione di uomini e merci. E poi Riutilizzare e Riciclare i rifiuti del consumo, combattendo l’obsolescenza programmata dei prodotti, producendo oggetti e beni durevoli, inventando nuovi usi agli oggetti al termine del loro utilizzo primario. La decrescita è vista quindi, non solo come insieme di pratiche atte al ridurre l’impatto dell’uomo sul pianeta ed a salvarci dalla catastrofe ecologica. La decrescita diviene nuova possibilità di senso, un valore condiviso dagli individui e dalle società, una strada comune, in cui l’uomo può porre la propria volontà nel compimento di un progetto, nella emancipazione da questo falso idolo che ci sta distruggendo, e che si è svelato nello Sviluppo. Come sottolinea Mauro Bonaiuti in merito al pensiero dell’economista francese: “La “decrescita” rappresenta un orizzonte di senso condiviso, una visione d’insieme, sistemica che accoglie in sé, connettendole, alcune delle istanze di emancipazione portate avanti in questi anni dai movimenti. E’ questo lavoro di tessitura, di proposta di senso condiviso, che occorre portare avanti con forza.”

CRITICA ALLA NOZIONE DI SVILUPPO SOSTENIBILE

Lo “Sviluppo sostenibile” è un impostura, è un concetto ideato in modo peloso da chi vuole eternare lo sviluppo, è un falso dettame istituito da economisti che vogliono far sopravvivere la crescita economica alla catastrofe planetaria. Sviluppo sostenibile è un ossimoro dal momento che lo sviluppo , che l’unico sviluppo che noi conosciamo è quello che è sorto nella seconda metà del diciassettesimo secolo in Inghilterra , vede il suo inizio nella rivoluzione industriale e si manifesta come una guerra degli uomini contro la natura, un saccheggio indiscriminato delle risorse terrestri. Non si può chiedere allo sviluppo di essere “sostenibile”, è contro la sua stessa essenza. “Sviluppo sostenibile”, “sviluppo durevole”, “crescita rispettosa dell’ambiente”, sono termini introdotti nel tentativo di pulire la sozzura dello sviluppo, di donare una aspetto accettabile, verde ed ecologico alla crescita economica ed allo sfruttamento della natura. Per Latouche, l’unico sviluppo sostenibile è decrescere riducendo ogni tipo di sfruttamento delle risorse naturali. Dice: “Perche’ tutte le varie espressioni “sviluppo sostenibile”, “vivibile” o “sopportabile” sono solenni imposture: negli ultimi due secoli, lo sviluppo è sempre stato contrario all’idea di sostenibilita’, poiche’ ha cinicamente imposto di sfruttare risorse naturali e umane per trarne il massimo profitto. Oggi il vecchio concetto è stato rivestito con una patina d’ecologia, che tranquillizza l’Occidente e nasconde la lenta agonia del pianeta. Lo sviluppo cambia pelle, insomma, ma resta se stesso”.

Tratto da www.filosofico.net

 

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